A caldo, dopo una partita del genere in cui nulla ha girato per il verso giusto, è venuto spontaneo pensare che l’Italia avesse clamorosamente sottovalutato il Galles. Si è parlato di “pancia piena”, di un rilassamento dopo l’Inghilterra, di una partita non approcciata nel modo giusto: tutte cose smentite non solo da coach Gonzalo Quesada, ma anche dai fatti. Perché basta rivedere i primi 10 minuti di Cardiff per capire che l’Italia non ha sbagliato l’approccio alla partita, e che la causa di quell’inspiegabile 31-0 di parziale non sta lì.
Nei primi 10 l’Italia ha retto senza particolari affanni il primo prevedibile assalto gallese, difendendo bene, placcando, magari senza apparire brillantissima (ma chi lo è stata all’ultima giornata di un Sei Nazioni con una pausa in meno? Forse solo l’Irlanda, che infatti è andata vicina a un clamoroso ribaltone) ma senza concedere vere occasioni. Poi ha avuto due opportunità clamorose: la prima dopo 8 minuti, costruita dal turnover di Lamaro e dal break di Menoncello, con Lynagh che si ritrova però senza sostegni (un problema cronico del match di Cardiff) e perde palla; la seconda due minuti dopo con Garbisi che spreca clamorosamente 3 punti facili.
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Il punto di rottura
Di certo questo non è l’inizio di una squadra che ha sbagliato l’approccio. Il black out è arrivato dopo, e per questo è ancora più inspiegabile. Anche perché la prima meta del Galles non arriva da un errore strutturale o collettivo, che può far pensare quindi a un’interpretazione sbagliata, ma da singoli errori: un calcio di punizione concesso che porta i padroni di casa ai 5 metri e poi un placcaggio sbagliato che manda Wainwright in mezzo ai pali. Lì si è rotto qualcosa, e lo si percepiva dalle facce spente (mai viste così) degli Azzurri, mentre Lamaro si sgolava nel tentativo di rimettere tutti in carreggiata.
Cosa è successo? Difficile entrare nella testa dei ragazzi, ma l’impressione è che per la prima volta – dopo un Sei Nazioni in cui gli Azzurri sono stati fenomenali a non evidenziare mai il problema – si siano fatti sentire di colpo i 10 titolari assenti, considerando che a Cardiff mancavano anche altri due perni come Ferrari e Zambonin. Del resto, molte squadre sono arrivate cotte alla fine: la Scozia più di tutte, ad esempio. La squadra di Townsend ha finito la benzina al 66′ di Scozia-Francia, e da lì non ci ha più capito nulla, facendosi dominare anche in Irlanda. Gli Azzurri sono arrivati a Cardiff con la spia della riserva accesa, e quella meta evidentemente ha rotto qualcosa sul piano fisico e mentale che non è stato più possibile ricostruire, almeno non nel breve termine, a maggior ragione contro un Galles che su questa partita ci aveva puntato tutto, probabilmente fin dall’inizio del torneo. Chiaro che a quel punto anche le differenze di motivazione hanno fatto la differenza: per il Galles era la partita della vita, quella da vincere per evitare che anche il 2026 si trasformasse in un incubo, ma questo non vuol dire che l’Italia abbia sottovalutato la partita. Semplicemente, a un certo punto le sono mancate le forze fisiche e mentali per reagire, e forse quel problema della controprestazione che gli Azzurri si trascinano dietro da sempre è stato quasi risolto, ma non ancora del tutto.
A Quesada è stato imputato il non aver cambiato molto in queste cinque partite. E forse qualche occasione in più alcuni ragazzi avrebbero potuto averla: Marin è entrato tardi (al 31′ del secondo tempo) ma ha spaccato la partita, e Odiase avrebbe meritato un po’ di minuti in più in questo torneo, mentre alcuni giocatori (Lynagh, Nicotera, Fischetti, ad esempio) sono apparsi in debito d’ossigeno. Ma bisogna ricordarsi sempre che l’Italia, per quanto cresciuta in questo senso, non ha di certo la profondità del Sudafrica. Se perde 10 titolari ora ha la possibilità di mettere comunque in campo 23 giocatori pienamente competitivi, lasciandone pure fuori qualcuno, ma da qui ad avere un gruppo di 50 giocatori come gli Springboks o la Francia ne passa, quindi è chiaro che alla fine – al di là di qualche aggiustamento – le formazioni dovessero essere più o meno le stesse.
Questo chiaramente non giustifica quanto accaduto a Cardiff. Un 31-0 di parziale, oggi, non sarebbe accettabile contro nessuna squadra, considerando il valore di questa Italia, tantomeno contro una formazione che era ed è alla portata degli Azzurri, ma ha dimostrato di avere probabilmente più fame, più energia, più freschezza. Il Galles ha giocato un Sei Nazioni in crescendo, ha ritrovato una guida tecnica in grado di dare un indirizzo preciso, e che soprattutto ha dimostrato di poter provare a battere chi non si presenta in campo al 100%. Ne sa qualcosa la Scozia, scampata al disastro per il rotto della cuffia, ma anche l’Irlanda ha sofferto molto più del previsto. Ciò che manca al Galles è la profondità, tanto che al 60′ la squadra di Tandy è scoppiata e l’Italia – con un po’ di precisione e di fortuna in più – questa partita avrebbe potuto magari non vincerla, ma quantomeno riaprirla davvero. Un’occasione clamorosa buttata con Nicotera, due mete annullate (e su quella di Ioane c’è una decisione dubbia del TMO, perché la decisione in campo di Ridley era meta, e non c’era una chiara immagine che sconfessasse la decisione) che sarebbero valse almeno un doppio bonus. L’Italia, con i cambi e dopo aver riacquistato un po’ di fiducia, in campo c’è stata: chiaro, queste rimonte vanno sempre viste col beneficio d’inventario del vantaggio acquisito dagli avversari, ma il Galles non ha mia concesso mete facili agli Azzurri, che se le sono costruite e conquistate.
Una lezione per il futuro
Nonostante tutto, l’Italia può imparare tanto da questa sconfitta, che non toglie assolutamente nulla al grande torneo disputato, forse il migliore della propria storia dal punto di vista delle prestazioni. Soprattutto perché il cammino degli Azzurri riprenderà con una partita per certi versi identica, a Tokyo contro il Giappone: in trasferta, contro una squadra dello stesso livello del Galles (nel 2025 le due squadre hanno giocato tre partite punto a punto) e con la stessa fame di tornare tra le grandi. E poi bisognerà andare in Australia, contro una squadra che aspetta gli Azzurri al varco dopo aver perso due volte di fila, per poi chiudere in casa degli All Blacks, l’unico tabù rimasto dopo aver conquistato anche lo scalpo dell’Inghilterra.
La verità è che questo Sei Nazioni ha dimostrato dei valori molto più livellati rispetto agli anni passati. Persino una Francia straripante ha mostrato delle crepe e alla fine ha vinto il torneo con un piazzato all’83’, mentre per un motivo o per un altro tutte le altre si sono dimostrati forti ma non fortissime: l’Inghilterra ha avuto un black-out inspiegabile a metà torneo, l’Irlanda è partita male e con un’età media altissima, poi rivoluzionando la formazione ha trovato la quadra ed è cresciuta. La Scozia è sempre la solita Scozia, e il modo in cui ha buttato questo Sei Nazioni se lo ricorderà a vita. L’Italia è pienamente dentro questo gruppo, e può giocarsela con tutte e battere tutte, e adesso sta tornando anche il Galles. Probabilmente l’era delle gerarchie cristallizzate sta finendo, e l’Italia lo ha scoperto nel modo più cruento.
Francesco Palma
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