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All Blacks, Steve Hansen: “Copiare gli Springboks non basta”

All Blacks, Steve Hansen: “Copiare gli Springboks non basta”

Nel rugby contemporaneo emerge una tentazione abbastanza evidente: guardare al Sudafrica, vedere cosa funziona e provare a riprodurlo. Sul tema è intervenuto senza troppi giri di parole Steve Hansen, che dal DSN podcast invita a diffidare delle scorciatoie. L’ex ct degli All Blacks non nega il valore del lavoro di Rassie Erasmus, né il peso di un ciclo che ha portato gli Springboks a vincere due Mondiali consecutivi. Il punto, semmai, è un altro, trasformare quel modello in una formula universale rischia di essere l’errore più facile da commettere.

Il ragionamento di Hansen è interessante proprio perché non parte dalla critica, ma dal riconoscimento. Il Sudafrica è oggi una delle squadre meglio costruite del mondo, ha un progetto solido, una gestione molto definita del gruppo e un’identità tecnica fortissima. Secondo Hansen, il problema nasce quando l’ammirazione si trasforma in imitazione: stessi comportamenti, stessa selezione, stesso modo di trattare i giocatori, stessa idea di rugby. È lì che l’esempio smette di essere utile e diventa un riflesso quasi automatico.

Il punto centrale è che ogni nazionale ha una propria storia, un proprio bacino di giocatori, un proprio modo di stare dentro il gioco. Per questo Hansen sostiene che si possano prendere elementi dal Sudafrica, ma non copiarne l’impianto in blocco. La Nuova Zelanda, nel suo ragionamento, non deve chiedersi come diventare una versione più credibile degli Springboks, ma come tornare a essere pienamente se stessa. Ed è un tema che vale ben oltre i nuovi All Blacks di Dave Rennie.

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Steve Hansen: “Non sono convinto che la Nuova Zelanda possa seguire esattamente il modello sudafricano”

“Una delle cose che ho imparato allenando sia in Galles che in Giappone è che ciò che funziona con i neozelandesi non sempre funziona con altre persone. Il modo in cui alleni in un paese non significa che tu debba allenare allo stesso modo, perché ci sono culture diverse, background diversi e situazioni diverse che si verificano nel luogo in cui alleni”, ha spiegato Hansen, “Non sono convinto che la Nuova Zelanda possa seguire esattamente il modello sudafricano, né che sarebbe la cosa giusta per il nostro Paese.”

Hansen aggiunge anche un altro passaggio utile: il Sudafrica non è imbattibile. Può essere battuto come chiunque altro, soprattutto se l’avversario prepara bene la sfida e riesce a non uscire dal proprio asse. È un messaggio importante, perché ribalta un rischio piuttosto diffuso nel rugby contemporaneo, quello di affrontare gli Springboks con l’idea che l’unico modo per reggere il confronto sia diventare simili a loro.

In questo senso, le sue parole parlano già della prossima serie tra Nuova Zelanda e Sudafrica, ma anche di qualcosa di più grande. Il rugby internazionale sta entrando in una fase in cui molte squadre cercano stabilità e identità. E Hansen ricorda che l’identità non si prende in prestito.

“Quando le squadre neozelandesi hanno dei giocatori del pack che sanno fare il lavoro duro e svolgere i loro ruoli principali come mischia, ruck e touche, il loro lavoro sulle fasi statiche, ma sanno anche giocare a rugby, beh, siamo sempre stati tradizionalmente una squadra forte nel rugby.”

Appare chiaro che uno dei coach più vincenti della storia stia spingendo per riconciliare la Nuova Zelanda con il suo DNA agonistico. Perché si può studiare il Sudafrica, imparare dal Sudafrica, persino correggersi guardando il Sudafrica. Copiarlo, invece, semplicemente non è sufficiente per tornare a primeggiare nel mondo.

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