Il commissario tecnico della Nazionale femminile di volley Julio Velasco ha rilasciato una lunga intervista al BSMT di Gianluca Gazzoli, affrontando diversi temi che vanno oltre il mondo della pallavolo che che riguardano lo sport in generale. Per questo, pur occupandoci di solito esclusivamente di palla ovale, abbiamo deciso di riportare alcuni estratti di questa intervista (disponibile integralmente al termine dell’articolo) in modo da riflettere su alcuni concetti che possono essere trasferiti anche al mondo del rugby. Ecco alcune delle dichiarazioni più significative di Julio Velasco.
Sul lavoro nei settori giovanili
“Bisogna spiegare ai giovani che la vita non è un campionato. A volte si esagera con questa metafora dello sport e della vita e questo porta a delle deformazioni: ci sono papà che chiamano i figli ‘campioni’, io non lo farei mai, come se nella vita ci fosse una scala dove chi arriva più in alto ha vinto. Anche nei settori giovanili dei diversi sport è un problema, perché l’unico paradigma è quello del primo livello, della Serie A, della Nazionale: ma il settore giovanile non può essere questo, non si può e non si deve giocare come in Serie A. La cosa positiva, ovvero la grande esposizione dello sport in televisione, diventa negativa se non ci sono dei maestri che li indirizzano nel modo giusto: si gioca per migliorare”.
“Spesso si interpreta male il ‘giocare per divertirsi’, come se fosse un ‘ca**eggiare’, ma se vediamo i bambini piccoli come giocano in realtà sono serissimi: si divertono, ma sono seri, e io mi riferisco a quel divertimento. I bambini non prendono le cose alla leggera: si divertono imparando, giocando sempre meglio, ma si devono divertire” ha proseguito Velasco.
Sulle scelte da fare nelle convocazioni
Entrando più nel tecnico, Velasco ha affrontato un altro tema chiave: le convocazioni. Una decisione più difficile di quanto si pensi, perché come spiega il tecnico non è detto che la lista dei convocati debba essere necessariamente l’elenco dei migliori: “Le discussioni sulle scelte sono una cosa totalmente naturale. Non può esserci l’unanimità, chiunque conosca lo sport può dire ‘io avrei fatto questo, io avrei chiamato quest’altro’. Ciò di cui spesso non si tiene conto però è che quando convochi un giocatore devi mandarne via un altro. Quando mi chiedono ‘perché non inserisci quello?’ io rispondo ‘dimmi tu chi dovrei togliere’. E poi sulle Nazionali c’è un’idea sbagliata: si pensa di dover chiamare semplicemente le 14 migliori che abbiamo, ma non è così. A volte, se devo chiamare il terzo centrale o il quarto centrale, deve essere sì una delle migliori, ma anche una che stia bene in panchina, perché il quarto centrale gioca pochissimo“.
“Quando allenavo la squadra maschile c’era una differenza abbastanza netta tra titolari e riserve, poi si sono inseriti altri giocatori. A un certo punto abbiamo avuto quattro schiacciatori fortissimi: Bernardi, Cantagalli, Bracci e Papi. Chiunque giocasse andava bene, erano fortissimi. Ma ci siamo arrivati attraverso un processo. Se fossimo partiti da quel punto probabilmente si sarebbe creata confusione, ma non perché chi fa la riserva crea problemi, ma si sente nell’ambiente che non è contento anche se per spirito di squadra non fa niente di negativo, ma lo percepisci. Questa cosa spesso non si tiene in considerazione: dobbiamo chiamare il miglior giocatore per il ruolo che deve svolgere, non il miglior giocatore in assoluto. Altrimenti i problemi sono quasi inevitabili” ha proseguito Velasco.
Sui settori giovanili e l’ossessione del successo
“Può essere anche un modo, ci sono campioni che fin da piccoli avevano questa mentalità, questa ossessione nel diventare dei grandi campioni. Ma per altri campioni non è stato così. L’errore è porlo come unico paradigma, portando poi i ragazzi a vivere il ‘non arrivare’ come un fallimento: dobbiamo stare attenti, perché statistiche alla mano nel calcio ne arriva uno su un milione, nella pallavolo uno su mille, non bisogna creare false aspettative. E soprattutto, sui pre-adolescenti, non bisogna creare l’idea che se non sono dei campioni nello sport allora non lo saranno nella vita. A volte vedo dei genitori alle partite che hanno più ansia dei figli, e i figli ne soffrono tantissimo”.
“Magari questi genitori amano il calcio e se il figlio non diventa un calciatore è un fallimento: e come può vivere questa cosa un bambino? È terribile. Ci sono piccole squadre che si allenano tutti i giorni e poi giocano nel weekend, non hanno mai un giorno libero: cosa succede? Il cervello di conseguenza abbassa l’intensità per risparmiare energia. Non è possibile che degli adolescenti non abbiano un giorno libero, non è sano e non è produttivo per lo sport” ha concluso Velasco.
L’intervista completa di Julio Velasco al BSMT
OnRugby.it © Riproduzione riservata
